Biglietto per la luna

Ce ne ricorderemo di questo pianeta.
Villiers de L’Isle-Adam

Beh, avreste pure potuto salutarmi quella mattina. Vi sarebbe costato poco, non credete?
C’erano quelle strane nuvole in cielo, cumulonembi con dentro una bella luce che sembravano dinosauri veleggianti verso uno sconosciuto porto del cielo, ricordate?
Io invece ricordo il sangue nella mia bocca ma neanche una lacrima lo giuro, neanche una sola lacrima. Un gran lavoro per un buon dentista, però.
E poi avreste dovuto vedere tutti quei disegni di luce e di ombra fatti dalle nuvole sopra la terra, questo strano pianeta, questo buffo pianeta che continua impunemente a girare dimenticandosi di essere uno sputo, una scheggia dimenticata nello spazio profondo.
Così avrei dovuto almeno lasciarvi una lettera informandovi del mio prossimo viaggio sulla Luna.
Beh, l’ho sognata così tanto da bambino che alla fine ho deciso di andarci.
Biglietto di seconda classe, però.
Come avete fatto a non capire che stavo per andar via ?

 

Ricordi d’ubriachezza

Non so perché mi sia tornato in mente questo ricordo mentre rido e scherzo con voi, intorno a questo tavolo e poi a quest’ora, col barista impaziente di mandarci via, a quest’ora della notte, quando si dovrebbe solamente ritornare a casa, come una volta cercavano di fare, senza riuscirci peraltro, come una volta cercavano di fare i bravi ragazzi.
Così ecco, la birra è scura e meravigliosamente spumosa ed i nostri occhi sono lucidi e voi mi sembrate molto più amici delle altre volte, sapete?
Allora guardo mentre beviamo quella lunga crepa nel legno che riveste il muro, forse ho paura, ma che importa, che importa anche se mezzanotte è passata da un pezzo, tanto ci siete voi e poi quel barista non è neanche tanto robusto.
Però però questo ricordo che mi è tornato in mente all’improvviso rischia di diventare peggio di quella crepa, sapete? Oh, come vorrei farvelo sapere nonostante mi senta sempre più ubriaco, come vorrei farvelo sapere.
Ero ubriaco anche tanti anni fa ma più solo di adesso, era un pomeriggio d’inverno però ed io camminavo sul lungomare, tra tanta gente nel tempo clemente del Sud, tra tanta gente senza volto nè nome.
Ero ubriaco e avrei voluto vomitare ma mi vergognavo di farlo davanti a tutti.
I gabbiani volavano sull’acqua, i passanti mi sfioravano senza accorgersi di me, il mare era fetido.
Certo ero più giovane di adesso, ma non vorrei indietro quel dolore.
E allora non vi dico niente e guardo la birra scura come se ci fosse dentro la torba, come se fosse l’acqua scura di Loch Ness, come la guardavo a Loch Ness, l’acqua scura capace di contenere qualsiasi mostro.
Forza, amici, beviamoci un’altra pinta e poi andiamo a casa!

Julio

Quello che volevo fare, quello che dovevo fare, un po’ di tempo fa l’ho fatto. Pioveva leggermente quella mattina che adesso sembra già così lontana e come vissuta da un altro. Un po’ bagnato, un po’ impacciato, sono entrato attraverso il grande cancello ed una brutta signora che stava di guardia all’ingresso mi ha guardato in tralice. Ho chiesto la mappa di quel posto perché anche se sapevo che tu eri la’ ad aspettarmi , temevo di non poterti trovare fra tutta quella gente. 

Così mi sono incamminato guardando un po’ in giro mentre la pioggia cadeva sugli alberi e su di me e sul foglio di carta che portavo in mano; al di la’ del muro continuava il rumore di Parigi ma dove camminavo io c’era solo silenzio ed acqua che scivolava via su tutte le cose.
Di fronte a me ho visto il grande angelo con le ali di marmo e poi ho cominciato ad andare avanti e indietro sperando di poter leggere il tuo nome in mezzo a quello degli altri ma col passare del tempo ho temuto di non riuscirci: eravate così in tanti nella vostra città silenziosa.
Così, prima di incontrare te, mi e’ toccato di incontrare Charles e ti devo dire che se non fosse stato per un corvo provvidenziale che, come a suggellare l’incontro, ha cominciato a gracchiare, sarei rimasto un po’ deluso.
Charles era li’ davanti a me, ma forse complice il tempo, sembrava in condizioni penose o meglio sembrava che tutti lo avessero abbandonato. Così sono rimasto a guardarlo nel silenzio e nella pioggia rammaricandomi di non conoscerlo abbastanza per potergli dire qualcosa, poi sono andato via perché c’eri tu ad aspettarmi ed io ancora non ero riuscito a trovarti.
Ho continuato a camminare guardando la mappa che si copriva di gocce d’acqua che cominciavano a cancellare l’inchiostro così come gli anni e il muschio cominciavano a cancellare qualcuno dei vostri nomi ed era penoso camminare così in mezzo a voi con quel senso di ansia e di abbandono e di esilio dal mondo che forse tu solo avresti potuto capire.
Così, quando già disperavo, e’ successo.
E’ stato un lampo di dolore, una vertigine di tenerezza. 
Cercando vanamente di scriverti un biglietto, continuavo a guardarti.
Fuori, al d la’ del grande muro, il rumore incessante di Parigi.
Non ti ho lasciato nulla di mio tranne un “grazie” pensato ed una lacrima che il vento ha asciugato in fretta.

Parigi

Ogni tanto ripenso a Parigi e mi rivedo seduto al Pont Neuf. I barconi scivolano veloci sull’acqua ed io li guardo passare all’imbrunire. Guardo le due rive della Senna mentre cominciano ad accendersi le luci della sera. Mi viene da ridere per la gioia e piangere per la tristezza. Per me Parigi è così. Qualche nuvola in cielo accesa dall’ultimo sole. Due o tre uccelli in volo sulla Rive Gauche dove poco prima mi sono seduto in un caffè troppo elegante. Circondato da molte specchiere ho contato i soldi sotto lo sguardo sarcastico del cameriere. Sto ripensando a quel che ho visto durante il giorno. Andirivieni nel Quartiere Latino. Una fila paziente di gente in attesa di salire sulla Torre Eiffel. Victor Hugo. La gioia e la tristezza. Ora sono seduto al Pont Neuf e l’aria è sempre più fresca ed io guardo la Senna e mi batte forte il cuore.

Pantheon

Così non crediate che io non pensi a lei e non mi chieda spesso dove lei sia ed infatti  mi accade adesso mentre sono qua seduto a questo tavolino e vedo la gente passare e perdersi oltre le colonne colpite obliquamente dal sole, la gente felice e la gente infelice, gli uomini le donne e  i bambini  nel delirio turistico e così nel rumore o nel silenzio   non crediate  che abbia dimenticato il suo sguardo e la sua fragilità e la sua voce, soprattutto la sua voce che certe volte mi faceva sprofondare in abissi di tristezza e certe altre mi riscaldava il cuore- vedete come sono contraddittorio?- quella sua voce che mi ricorda antiche conversazioni telefoniche quando fuori pioveva e non potevamo uscire e vivevamo giorno per giorno cercando di non scrutare nell’abisso del futuro che adesso si è trasformato in questo presente amorfo in cui ho imparato a non meravigliarmi più di nulla accettando tutte le piccole e grandi sciagure come si accettano le stelle o la Luna e queste colonne romane colpite obliquamente dal Sole o questi stupidi turisti che ridono per niente mentre io continuo a guardarli seduto al mio tavolino e sudo nella calura estiva che non dà tregua a nessun mortale che ancora tormentosamente ed impunemente respiri  però ecco  volevo dire che adesso sono qui e penso a lei anche se non tornerei indietro neanche solo per ritrovare il tempo perduto, le risate ed i sorrisi perduti, le lacrime perdute e le parole inutili perdute e il fatto è proprio che è tutto finito roteando con lentezza e così abbiamo potuto accorgerci di quello che stava accadendo, noi analfabeti sentimentali abbiamo guardato il vortice nel lavandino, Coriolis  e tutte quelle altre storie, abbiamo guardato entrambi  quel dannato vortice che ingoiava ogni briciola della nostra storia e forse è stato meglio così, che sia sparito tutto con lentezza voglio dire e pure senza rancori, almeno così la mia solitudine, la sua solitudine non hanno più bisogno d’essere mascherate, non abbiamo bisogno più di  indossare maschere   e simulare passioni ed annoiarci reciprocamente, però ecco voglio dire lo stesso che la penso spesso e spero che i demoni le diano tregua almeno qualche volta, oppure che addirittura se ne siano andati via e abbiano dimenticato come si chiama e dove abita e voglio che lei sia adesso una ragazza felice con quel sorriso che aveva in quella vecchia foto che è una delle poche cose che mi è rimasta di lei, insieme ad un pupazzo impolverato che giace in un cassetto e porta il suo nome, sì voglio che lei abbia fortuna e possa essere una ragazza felice e così  le mando senza che lei lo sappia un impossibile bacio  sperando che i demoni della mezzanotte o chi per loro, la lascino finalmente in pace.

Gli dei della notte

Dritto in piedi vicino alla porta di casa guardo le mie mani sporche e i miei vestiti e poi il pianerottolo silenzioso delle cinque del mattino: porte chiuse e gente che dorme: signori, io tra poco scenderò per le scale.
Guardo così una fila buffa di formiche che dai miei piedi si allunga dentro l’appartamento, un filo nero che va segnando il corridoio triste e attraversa la cucina in disordine fino alla stanza da letto dove lei sembra dolcemente addormentata  come una ninfa  mentre gli insetti laboriosi camminano sul suo viso freddo.
T’aspettavo sotto le foglie di quell’albero sul fondo della strada e pioveva pure peggio delle altre volte, peggio di quelle volte quando pure ero straniero senza saperlo.
T’aspettavo con una sigaretta spenta e bagnata che non avrei fumato e quell’immagine di te che continuamente si materializzava e poi sfumava nella memoria fallace e nella pioggia lenta, cercando di indovinare quale nuovo trucco cheyenne t’avrebbe ornato il volto, con quale bizzarro trucco saresti venuta.
Ti avrei poi riconosciuta?
Poi sotto l’albero passò quella vecchia signora e mi guardò scuotendo la testa.

Sogno di Maggio

Ho sognato che andavamo da qualche parte. Sì, hai capito bene, c’eri anche tu più bella del solito e ti sforzavi di sorridere alle mie parole mentre io cercavo di recitare quel mio ruolo rubato a qualcuno, quella mia parte d’attore che ti piaceva tanto. Beh, era Maggio pure nel sogno, Maggio come adesso, un maledetto mese, non sei d’accordo? La campagna in festa, il verde, il blu del cielo, la vita come una promessa e tutte quelle altre storie. Io però ridevo mentre reggevo il volante e dai due lati della strada assolata, un lungo serpente grigio, gli alberi ci correvano incontro nel vento. Poi ci siamo fermati da qualche parte e tu cercavi come al solito di leggere dentro i miei occhi, il tuo maledetto vizio di decifrare l’Enigma, quel tuo dannato vizio di voler penetrare dentro le cose. Dico, credevi forse di essere Miss Marple? Sfinge incomprensibile eri anche tu per me. 
Nel cielo abbagliante del sogno io guardavo un volo lento di uccelli neri.