Pantheon

Così non crediate che io non pensi a lei e non mi chieda spesso dove lei sia ed infatti  mi accade adesso mentre sono qua seduto a questo tavolino e vedo la gente passare e perdersi oltre le colonne colpite obliquamente dal sole, la gente felice e la gente infelice, gli uomini le donne e  i bambini  nel delirio turistico e così nel rumore o nel silenzio   non crediate  che abbia dimenticato il suo sguardo e la sua fragilità e la sua voce, soprattutto la sua voce che certe volte mi faceva sprofondare in abissi di tristezza e certe altre mi riscaldava il cuore- vedete come sono contraddittorio?- quella sua voce che mi ricorda antiche conversazioni telefoniche quando fuori pioveva e non potevamo uscire e vivevamo giorno per giorno cercando di non scrutare nell’abisso del futuro che adesso si è trasformato in questo presente amorfo in cui ho imparato a non meravigliarmi più di nulla accettando tutte le piccole e grandi sciagure come si accettano le stelle o la Luna e queste colonne romane colpite obliquamente dal Sole o questi stupidi turisti che ridono per niente mentre io continuo a guardarli seduto al mio tavolino e sudo nella calura estiva che non dà tregua a nessun mortale che ancora tormentosamente ed impunemente respiri  però ecco  volevo dire che adesso sono qui e penso a lei anche se non tornerei indietro neanche solo per ritrovare il tempo perduto, le risate ed i sorrisi perduti, le lacrime perdute e le parole inutili perdute e il fatto è proprio che è tutto finito roteando con lentezza e così abbiamo potuto accorgerci di quello che stava accadendo, noi analfabeti sentimentali abbiamo guardato il vortice nel lavandino, Coriolis  e tutte quelle altre storie, abbiamo guardato entrambi  quel dannato vortice che ingoiava ogni briciola della nostra storia e forse è stato meglio così, che sia sparito tutto con lentezza voglio dire e pure senza rancori, almeno così la mia solitudine, la sua solitudine non hanno più bisogno d’essere mascherate, non abbiamo bisogno più di  indossare maschere   e simulare passioni ed annoiarci reciprocamente, però ecco voglio dire lo stesso che la penso spesso e spero che i demoni le diano tregua almeno qualche volta, oppure che addirittura se ne siano andati via e abbiano dimenticato come si chiama e dove abita e voglio che lei sia adesso una ragazza felice con quel sorriso che aveva in quella vecchia foto che è una delle poche cose che mi è rimasta di lei, insieme ad un pupazzo impolverato che giace in un cassetto e porta il suo nome, sì voglio che lei abbia fortuna e possa essere una ragazza felice e così  le mando senza che lei lo sappia un impossibile bacio  sperando che i demoni della mezzanotte o chi per loro, la lascino finalmente in pace.

Gli dei della notte

Dritto in piedi vicino alla porta di casa guardo le mie mani sporche e i miei vestiti e poi il pianerottolo silenzioso delle cinque del mattino: porte chiuse e gente che dorme: signori, io tra poco scenderò per le scale.
Guardo così una fila buffa di formiche che dai miei piedi si allunga dentro l’appartamento, un filo nero che va segnando il corridoio triste e attraversa la cucina in disordine fino alla stanza da letto dove lei sembra dolcemente addormentata  come una ninfa  mentre gli insetti laboriosi camminano sul suo viso freddo.
T’aspettavo sotto le foglie di quell’albero sul fondo della strada e pioveva pure peggio delle altre volte, peggio di quelle volte quando pure ero straniero senza saperlo.
T’aspettavo con una sigaretta spenta e bagnata che non avrei fumato e quell’immagine di te che continuamente si materializzava e poi sfumava nella memoria fallace e nella pioggia lenta, cercando di indovinare quale nuovo trucco cheyenne t’avrebbe ornato il volto, con quale bizzarro trucco saresti venuta.
Ti avrei poi riconosciuta?
Poi sotto l’albero passò quella vecchia signora e mi guardò scuotendo la testa.

Sogno di Maggio

Ho sognato che andavamo da qualche parte. Sì, hai capito bene, c’eri anche tu più bella del solito e ti sforzavi di sorridere alle mie parole mentre io cercavo di recitare quel mio ruolo rubato a qualcuno, quella mia parte d’attore che ti piaceva tanto. Beh, era Maggio pure nel sogno, Maggio come adesso, un maledetto mese, non sei d’accordo? La campagna in festa, il verde, il blu del cielo, la vita come una promessa e tutte quelle altre storie. Io però ridevo mentre reggevo il volante e dai due lati della strada assolata, un lungo serpente grigio, gli alberi ci correvano incontro nel vento. Poi ci siamo fermati da qualche parte e tu cercavi come al solito di leggere dentro i miei occhi, il tuo maledetto vizio di decifrare l’Enigma, quel tuo dannato vizio di voler penetrare dentro le cose. Dico, credevi forse di essere Miss Marple? Sfinge incomprensibile eri anche tu per me. 
Nel cielo abbagliante del sogno io guardavo un volo lento di uccelli neri.